PROGETTO DI SPETTACOLO
da Agota Kristof
Regia, scene, costumi, adattamento: Marco Monfredini
Con: Marco Monfredini, Lilith Minisi, Virginia Cerqua
a cura di Marco Monfredini
Una camera rotonda.
Una tavola rotonda.
Una finestra.
Un grande trono rosso.
Un piccolo trono nero movibile.
Un uomo. Il protagonista.
Un ascensore. L'unico modo per raggiungere questa camera.
Un leggendario principe sogno.
Una leggendaria principessa sogno.
Una chiave serve, di per sé, per entrare. Una chiave può essere determinante per uscire. Entrare e uscire o... restare.
Il protagonista, l'uomo, appartiene. Non è più. E' stato.
Il tavolo è un oggetto statico.
La finestra fa entrare la luce, gli odori e i suoni del mondo là fuori, nella pianura. Una finestra chiusa, chiude anche una porta.
Se la chiave è di un ascensore, il movimento vitale diventa anche salire e scendere...o stare fermi. Ma di chi è la scelta?
Un principe aspetta la sua principessa arroccato nel castello, vestito a festa. Una principessa che forse, come Godot, non arriverà mai.
E l'attesa è struggente. L'attesa può portare alla morte. "Che ci faccio qui in questa solitudine?"
Anche il protagonista aspetta, ma non invano. Perché la moglie, (la sua principessa) torna a casa tutte le sere, dopo il lavoro, e lo ama.
Fino a togliergli il fiato. "Non conosco la solitudine. Al mattino lei parte per la pianura, ma torna tutte le sere".
Il principe osservando lo specchio dell'attesa si ritrova vecchio. "Si avvicinò ad uno specchio. Un uomo sconosciuto lo guardava".
L'uomo lo specchio non può più guardarlo. "Non ho più gli occhi. Perché le luci non mi disturbino...per il nostro amore".
Ma il principe è triste mentre il protagonista no, lui è felice."Che cosa meravigliosa è l'attesa quando si è sicuri...".
La pianura che un tempo era capace di regalare odori, suoni e forme idilliache ora viene divorata velocemente dalla città che avanza.
Lo stesso avanzare con cui la moglie divora il corpo del marito.
Gli occhi, le gambe le orecchie fanno quello che possono. Ma ora non possono più. Per il suo, per il loro bene "comanda gentilmente" la moglie.
"Un'iniezione e tutto passa, solo una piccola iniezione" grazie all'aiuto e al potere della scienza.
Dopo averlo privato del movimento, dell'udito e della vista, alla donna non resta che zittire il suono della sua voce, oramai solo capace di lamenti.
Ma la voce c' è per farsi sentire. E la vittima-carnefice, complice di lei e di se stesso, dopo aver "accettato" le mutilazioni, non permetterà all'oggetto del suo amore di privarlo dell'ultima cosa che gli è rimasta: la voce.
La voce per farsi ascoltare. La voce per poter raccontare la sua storia.
NOTE DI REGIA
La pièce originale prevede che il personaggio principale sia incarnato da una donna.
Nella realizzazione si vuole ribaltare la visione del testo ponendo al centro della sottomissione un uomo.
Lo spazio è costituito da un tavolo perentoriamente immobile, un trono rosso, habitat in cui si svolge la prima parte della messa in scena nella quale si snoda il racconto metaforizzato, dove il (da me chiamato) leggendario principe sogno attende la principessa sogno che le ha dato un bacio e gli ha promesso di tornare. Estate, autunno, inverno e primavera si succederanno in un'inesorabile meccanicità rendendo vana l'attesa.
L'improvviso cambio di prospettiva farà comprendere allo spettatore, quando l'uomo si sposterà sul piccolo trono nero movibile (come una sedia a rotelle), che si trattava solo di un racconto prologante che darà successivamente spazio al vero dramma.
Il dramma di un uomo che vive appollaiato in un palazzo costruito dalla moglie architetto, che ripercorrerà a ritroso la propria esistenza fatta di fastidi e successive amputazioni. Chiuso in una casa raggiungibile solo da un ascensore di cui lui non possiede la chiave. Che è nelle mani di lei. Come la sua vita. L'uomo per dei fastidi fisici che derivano dalla staticità della sua vita verrà, a detta di lei e per il suo/loro bene, sottoposto a interventi che avranno come conseguenze: uccisione dei nervi delle gambe, sordità e cecità. L'unica cosa che gli rimarrà sarà la voce che la donna prontamente vorrà portargli via. Ed è grazie a quest'ultima possibile privazione che l'uomo troverà la forza di ribellarsi uccidendola.
Perché "Tutto...ma la voce no! Anche se io non la sento più , altri potranno sentirla...qualcun altro...molti altri."
La potenza drammaturgica della pièce rimarrà intatta e verrà valorizzata grazie ad una recitazione fisica e verbale gelata in cui la lucidità del protagonista non verrà mai meno. I personaggi della moglie e del medico (originariamente due uomini, che diventeranno entrambi donne e sempre presenti sulla scena invece che voci fuori campo come la pièce indica nella prima parte) accentueranno il contrasto con una recitazione dai toni caldi e pacati e una fisicità nevroticamente calma. Il luogo resterà arido. Si accentuerà, tramite l'uso del suono, l'atmosfera dell'ambientazione che il testo suggerisce indirettamente fornendo descrizioni della calma pianura divorata, col passare delle stagioni, dal frastuono della città che si avvicina. Elemento importante e da valorizzare come parallelismo alla condizione del divoramento del corpo e della mente del marito da parte della donna.
Quindi immagini, corpi, musiche e suoni alla base della creazione che si articolerà tra uno stretto legame di un lavoro improvvisativo (dei due attori e del regista che impersonerà l'uomo) alla ricerca di soluzioni sceniche e immagini poetiche, a una ricerca drammaturgica che snoccioli la parola dalla fisicità degli attori, avvalendosi dell'apporto esterno di una consulente alla drammaturgia. Il costume “sfarzoso” del principe in attesa, si trasformerà nel “nudo” corpo martoriato dell'uomo (con lenti a contatto bianche).Il testo si articola su 14 pagine e ipoteticamente avrà una durata di circa 45 minuti.
Parole chiave
Sacrificio/Viltà/Dipendenza/Freddo/Attesa/Non avere scelta/suomicidio/accettazione/ribellione/nulla è ciò che appare/verità/rughe/mutilazione/fiaba/stagioni/nido d'amore/senza fiato/ritmo/dignità/gesto d'amore/sanità/nervi/specchio/occhi blu/muri/ronzii/meticolosità/piccolo lampo di ostilità…………
Cenni sull'autrice e sul testo
a cura di Patrizia Bologna
Agota Kristof nasce in Ungheria nel 1935.In una notte del 1956, con un bambino di quattro mesi fra le braccia, varca la frontiera con l'Austria e giunge in Svizzera, dove inizia a lavorare dieci ore al giorno in una fabbrica di orologi. Nella piccola cittadina di Neuchâtel, dove tuttora vive, comincia a scrivere in una lingua che non le appartiene, il francese.
Agota è una scrittrice cinica, pungente, ironica.
I tre romanzi che l'hanno resa celebre - Il grande quaderno , La prova , La terza menzogna - usciti in traduzione italiana nel 1998 con il titolo di “ La trilogia della città di K” vertono sull'irrisolvibile conflitto tra la necessaria propensione alla verità e l'inevitabile potenza della menzogna.
Il suo stile è minimalista, freddo, asettico. Uno stile nato per controbattere l'iperbole di eventi narrati, ma sostanzialmente una scelta che è una non - scelta, un'imposizione dovuta alla difficoltà di scrivere in una lingua straniera, una lingua che si va imparando scrivendo e non leggendo, come succede nei processi formativi abituali. Se quindi gli elementi del mondo visibile vengono chiamati brutalmente con il proprio nome, i sentimenti, le emozioni vengono banditi: non esistono termini oggettivi, reali, concreti con cui nominarli, quindi non esistono tout court.
Nasce nel 1977 “ La chiave dell'ascensore” , brevissima pièce che la Kristof scrive per acquisire confidenza con la lingua francese. Quattordici pagine da leggere tutte d'un fiato, dense di violenza ed emotività, di dolore e disillusione. “La chiave dell'ascensore” , come molti testi della Kristof, lascia senza fiato, i polsi tremanti. Ronzano nella testa tanti “perché”. Questo testo ricorda, per certi aspetti, molti lavori del maestro cinematografico del melodramma contemporaneo, Lars Von Trier: il tragico e incomprensibile asservimento delle eroine di Le onde del destino , Dancer in the dark , Dogville pare assomigliare moltissimo alla testarda ubbidienza della Donna della Kristof. Il sacrificio. Ma il sacrificio in nome di cosa? Quale uomo o entità o valore o religione consente un sacrificio così assoluto? Il gesto finale sembra stare a metà strada tra quelli non compiuti da Emily Watson e Bjork (nei primi due film)e quello invece compiuto da Nicole Kidman (nel terzo): la Donna, in un esasperato istinto di sopravvivenza – non della propria vita ma della propria voce – uccide il Marito, il carnefice, colui che per amore l'ha privata della libertà, della dignità di essere umano, amputando non solo il corpo ma anche lo spirito. Un omicidio che diventa – forse, ma la Kristof questo non lo dice – anche un suicidio. Il Marito ha creato una tale dipendenza che la Donna non può vivere sola, ma può solo lasciarsi morire.
In tutti i testi della Kristof è presente la tragedia della perdita della lingua. Ma cosa contiene una lingua per viverne la perdita con una tale ossessione? La lingua madre è il ritmo del cuore materno, rappresenta le prime emozioni, la forma del nostro io più intimo. È con la lingua madre che costruiamo il mondo e qualsiasi altro idioma sostitutivo non potrà mai prenderne il posto, anzi il francese della Kristof sarà “una lingua nemica perché sta uccidendo la mia”.
Indagando invece il rapporto tra i due coniugi emerge innanzitutto il tema della menzogna intesa come celata verità: gli individui – soprattutto quelli che ci stanno vicini e che amiamo – non sono mai ciò che appaiono. La relazione verte sul conflitto tra libertà e privazione, su presunto amore e annichilimento. Il Marito desidera che la Donna divenga totalmente dipendente da lui. La Donna accetta perché le azioni del Marito paiono essere gesti d'amore. Ma fino a quando si può resistere?
Non a lungo, pare insinuare la scrittrice attraverso una pur velata manifestazione di follia della protagonista. I gesti insensati, pur se accettai, covano dentro all'animo come germi malsani che, presto o tardi, infettano la sanità.
|
|
|
Le fotografie di questo sito, ove non espressamente specificato, sono di Fabio Maria Palazzolo© FMP Ultimo aggiornamento 28/2/07 25-Mar-2007 |